Syrinx. Il suono del Liri
Una cortina di flauti in riva al fiume si inserisce in modo inatteso tra il sussurro delle acque e delle foglie dei pioppi.
Sembra riassumerli nella sua armonia silenziosa e ne rivela il loro essere un frammento di passato e non solo un rumorìo, per quanto dolce e tenue.
Se il flauto di Pan (syrinx, che dà il titolo all’opera), l’antica divinità greca dei boschi, incanta il mondo e lo smaterializza per un istante nell’ora del mezzogiorno, quando i corpi non proiettano più ombra, i flauti della scultura di Mario Velocci danno vita a un diverso incantesimo nel luogo in cui si trovano.
Suscitano l’eco fragile di un mondo dove l’acqua e i pioppi costituivano l’energia e la materia di un lavoro industriale che ormai è svanito.
La scultura dà quindi voce alla vita di attività trascorse – con i mezzi propri dell’arte figurativa – operando una magica metamorfosi del brusìo di sottofondo, del fiume e degli alberi.
A questo punto va detto che i flauti della scultura hanno al loro interno sottili aste flessibili di acciaio che vibrano quando c’è vento, per cui evocano i rumori dell’antica cartiera.
Così rivive, in un angolo di paesaggio, un tempo lontano che torna ad essere presente, almeno nel ricordo e nell’immaginazione dell’osservatore, per l’incanto dei flauti magici, strumenti di memoria del lavoro com’era.



